Su Papa (in galera) e Tedesco (salvo) si giocano i destini del Cav. e di Bossi

Da oggi Silvio Berlusconi sa di non avere più un solo interlocutore nella Lega. A fianco di Umberto Bossi, incombente, ora c’è Roberto Maroni. E con il ministro dell’Interno, che sponsorizza Angelino Alfano e invoca un gesto di discontinuità al governo, il premier dovrà negoziare. Leggi Il romanzo a puntate di Roberto Maroni
15 AGO 20
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Quali gli effetti politici? Berlusconi ha accolto il risultato del voto su Papa come una sorta di fatalità, guarda con preoccupazione all’attivismo delle procure, considera tutta la faccenda “un precedente pericoloso” e invoca una reazione all’attacco giudiziario che tuttavia al momento nessuno sa spiegare quali modalità dovrebbe assumere. La verità è che intorno al premier, nel suo entourage, si chiacchiera soltanto della Lega e di quello che succede a casa di Umberto Bossi. A pochi minuti dall’inizio della votazione su Papa, Denis Verdini diceva che “dovrebbe andare tutto bene”, confidando nelle parole rassicuranti che Bossi aveva consegnato a Berlusconi lunedì sera a cena. E invece no. Maroni ieri è emerso, con la sua presenza fisica determinante per l’esito del voto, alla guida della Lega a fianco di un Bossi che invece non ha calcato la scena cedendola per intero al suo colonnello.

Il ministro dell’Interno è soddisfatto del risultato, considera il voto su Papa un fortissimo messaggio per la “discontinuità” rivolto al Pdl e al suo leader, Berlusconi. “Il messaggio per gli amici del Pdl è chiaro. C’è un limite alla sopportazione”, dice Matteo Salvini che è un alto ufficiale dell’esercito maroniano al comune di Milano. Gli equilibri interni alla Lega sembrano essersi spostati e la “linea Maroni”, che al Cavaliere chiede un gesto di discontinuità anche al governo, da ieri è diventata ufficialmente condizionante nei confronti della “linea Bossi”. Secondo questa architettura Angelino Alfano è un interlocutore vero, capace – lo ha detto Maroni poche settimane fa a Mirabello – di garantire l’alleanza con la Lega. Anche senza Berlusconi. Chi ha mai detto che soltanto Giulio Tremonti ha queste caratteristiche?, spiegano i leghisti. Ma chissà. Nel partito padano circola un adagio che rende l’idea di una fase convulsa e nervosa: siamo più preoccupati per quello che accade dentro casa nostra che delle sorti del governo.

Oggi il Senato vota sul rifinanziamento delle missioni all’estero, compresa la guerra in Libia che Maroni e Bossi considerano una follia. La Lega potrebbe votare contro, distinguendosi di nuovo dal resto della maggioranza. Ma quella di Maroni non è una traiettoria che punta a uscire dal governo, a causare una crisi. “La sua è una linea leale nei confronti del Pdl, ma lui è anche uno che spinge per novità al momento impossibili”, dice Maurizio Gasparri riferendosi all’ipotesi di una staffetta a Palazzo Chigi, un cambio in corsa che per Maroni potrebbe anche vedere incoronato il neo segretario del Pdl Angelino Alfano.